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A spasso per Pianoscarano in compagnia dei versi dei poeti dialettali viterbesi

Last updated: 07/10/2013
By Lazio Eventi
Published: 7 Ottobre 2013
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4 Min Read
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Dove passa la linea che separa lโ€™umiltร  dei dialetti locali dalla nobiltร  di una lingua nazionale? Dove finisce la parlata viterbese, per esempio, e dove comincia lโ€™italiano di padre Dante? Perchรฉ noi viterbesi siamo convinti che il nostro non sia neanche un dialetto vero e proprio, ma solo una โ€˜calataโ€™ (oltretutto greve), una storpiata cantilena? Perchรฉ ciรฒ che sopravvive del parlare dei nostri avi ha piรน tratti in comune con il dialetto orvietano che non col romanesco di Belli, Trilussa, Pascarella? Quanti sanno che fino allโ€™altroieri la traccia โ€˜verticaleโ€™ segnata sulle carte dalla via Cassia (Montefiascone e Viterbo, per lโ€™appunto) segnava anche un confine di trasformazioni linguistiche millenarie da ricollegare alla scomparsa della โ€˜uโ€™ finale latina?

Dal tramonto dellโ€™impero romano dโ€™occidente al boom economico del secondo dopoguerra, parole e cose cambiarono pian piano, poco alla volta, quasi senza che ce ne rendessimo conto. Poi, improvvisamente, tutto accelerรฒ. Vertiginosamente. E alla metร  degli anni Sessanta arrivarono loro. Brancaleone e Pappagone. Il primo era in realtร  lโ€™ultimo: perchรฉ il suo esilarante neolatino-viterbese discendeva dritto-dritto dalla lingua delle rape dei nostri antenati: dal volgare di Albertรจl e Carboncello di San Clemente a Roma, da quello di Micciarello dellโ€™Amiata e di Ghisรฒlfolo di Travale in Maremma. Nella parlata di Brancaleone riconoscevamo ancora le nostre radici, rustiche e illustri al tempo stesso. Ma eravamo al capolinea. Fu Pappagone il primo โ€˜mutanteโ€™ parlante neoitaliano, lโ€™antilingua del nostro dopostoria: i suoi eqqueqquร  furono la litania funebre delle nostre sorgenti linguistiche; il suo parlar goffo e ridanciano, le sue sgrammaticature segnarono lโ€™incipit del mondo nuovo. Nei cinema e davanti alle tivรน ridevamo a crepapelle: ma era solo un trigesimo. Per ciรฒ che eravamo stati e non volevamo essere piรน. Mai piรน. A qualunque costo.

E fu a quel punto che comparvero i poeti dialettali. Ehi, intendiamoci: non che prima non ne fossero esistiti! Lโ€™intera storia della letteratura italiana รจ anche storia โ€˜dialettaleโ€™. Ma mentre i poeti del โ€˜primaโ€™ erano stati cantori di una qualche stagione presente, e viva, questi erano invece stirpe nuova di saturnini epigoni: i versi della nuova vernacolaritร  erano (e sono) infatti dettati come qualcosa di irrimediabilmente โ€˜postumoโ€™, come un compianto per lโ€™inabissamento dellโ€™Atlantide contadina, apocalisse di cose e di parole. La loro poesia era (ed รจ) anzitutto nostalgia per quel mondo, nel suo bene e nel suo male. Non importa che si trattasse del filรฒ veneziano e veneto di Andrea Zanzotto e del friulano casarsese di Pier Paolo Pasolini (poeti assoluti, fabbri capaci di sublimare il loro parlar materno in grimaldello critico, in lingua di inedefettibile e universale dignitร ) o del piรน modesto vernacolo viterbese di piccoli poeti malinconicamente votati al localismo. Uno il discorso, uno il commo.

La pro loco di Viterbo continua il suo percorso di valorizzazione della cittร  attraverso la conoscenza di ogni sua peculiaritร , alla scoperta dei suoi tantissimi colori e sfumature, e vi invita insieme ad Antonello Ricci ad omaggiare i poeti del dialetto viterbese di tardo Novecento, passeggiando per strade e piazze di Piascarano (vera e propria cittร -nella-cittร , enclave di residua viterbesitร ) in compagnia dei commossi versi e dei sapidi bozzetti di Vittorio Galeotti, Emilio Maggini, Edilio Mecarini, Ezio Urbani e altri.

Appuntamento venerdรฌ 11 ottobre alle ore 21 sul ponte del Duomo con brindisi finale alla bella serata trascorsa insieme. Quota di partecipazione euro 5.

Info e prenotazioni 393 3232478 โ€“ info@prolocoviterbo.it

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