Il Lazio è una regione di straordinaria complessità orografica e storica, un territorio dove la narrazione gastronomica è stata spesso, e ingiustamente, oscurata dall’immensa gravità culturale della sua capitale, Roma. Tuttavia, al di là delle mura aureliane e dei fasti imperiali, si estende un paesaggio rurale vibrante, plasmato da millenni di attività vulcanica, bonifiche idrauliche e, soprattutto, da una cultura pastorale che ha disegnato i confini sociali ed economici della regione. Questo report si propone di esplorare, con rigore analitico e profondità narrativa, l’universo dei formaggi tipici del Lazio. Non si tratta meramente di un elenco di prodotti caseari, bensì di un viaggio antropologico attraverso le valli della Ciociaria, le alture della Tuscia, le paludi redente dell’Agro Pontino e i tratturi della transumanza reatina.
Il formaggio, in questa regione, è un archivio commestibile. Ogni forma di Caciofiore conserva la memoria delle tecniche di coagulazione descritte da Columella nel I secolo d.C.; ogni ruota di Pecorino Romano racconta l’espansione economica dell’Urbe e la necessità di approvvigionamento delle legioni; ogni Marzolina ci parla della resilienza delle comunità montane che hanno saputo adattarsi ai ritmi biologici della capra grigia ciociara.
- Roma e la Campagna Romana
- La Tuscia Viterbese – Misteri Etruschi e Grotte di Tufo
- Alta Sabina – Il Regno della Transumanza
- Ciociaria e Valle di Comino – I Formaggi delle Valli Nascoste
- Agro Pontino e Valle dell’Amaseno – La Riscossa della Bufala
- Gastronomia e Abbinamenti
- Calendario del Viaggiatore – Sagre ed Eventi
L’analisi che segue si struttura come un itinerario turistico-gastronomico ragionato, destinato a un viaggiatore colto e consapevole, capace di leggere nel prodotto finale la sintesi di geografia, clima e intervento umano. Attraverso l’esame delle Denominazioni di Origine Protetta (DOP), delle Indicazioni Geografiche Protette (IGP) e dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT), delineeremo una mappa sensoriale che collega i pascoli d’alta quota alle grotte di tufo etrusche, fino alle moderne aziende bufaline che sfidano i primati campani.
Roma e la Campagna Romana
Il punto di partenza di questo grand tour non può che essere l’area che circonda la Capitale. La Campagna Romana non è solo un topos letterario o pittorico del Grand Tour ottocentesco, ma un ecosistema agricolo che ha mantenuto, nonostante l’urbanizzazione, sacche di produzione arcaica di inestimabile valore.
Il Caciofiore della Campagna Romana: Il Padre di Tutti i Pecorini
Nel panorama caseario laziale, il Caciofiore della Campagna Romana occupa una posizione di preminenza storica assoluta. Spesso definito come l’antenato nobile del Pecorino Romano, questo formaggio rappresenta un vero e proprio reperto archeologico vivente, salvato dall’estinzione grazie all’intervento di consorzi e presìdi che ne hanno compreso il valore culturale prima ancora che commerciale.

Genesi Storica e Tecnica Columelliana
La peculiarità distintiva del Caciofiore risiede nel suo agente coagulante. A differenza della stragrande maggioranza dei formaggi ovini che utilizzano caglio animale (in pasta o liquido), il Caciofiore si avvale di un caglio vegetale ottenuto dal fiore di cardo selvatico (Cynara cardunculus o Cynara scolimus). Questa tecnica non è un’invenzione moderna, ma una sopravvivenza storica documentata. Nel 50 d.C., l’agronomo latino Lucio Giunio Moderato Columella, nel suo trattato De Re Rustica, descriveva minuziosamente la pratica di far rapprendere il latte utilizzando il fiore di cardo, lodando questo metodo per la capacità di non alterare il sapore originale del latte.
Il Processo Produttivo: Un Rito Stagionale
La produzione del Caciofiore è strettamente legata ai cicli naturali, avvenendo prevalentemente tra ottobre e giugno, periodo che coincide con la lattazione ovina e la disponibilità della materia prima vegetale. Il processo inizia in estate, quando i fiori di cardo, giunti a piena fioritura e caratterizzati da un colore viola intenso, vengono raccolti nelle giornate più secche e assolate. I fiori vengono legati e appesi a testa in giù in ambienti bui per l’essiccazione, che dura circa 15-20 giorni. Successivamente, si prelevano solo gli stami, che vengono conservati sottovuoto fino al momento dell’uso. Per la caseificazione, gli stami vengono macerati in acqua per 24 ore; il filtrato ottenuto, ricco di enzimi proteolitici, viene aggiunto al latte crudo intero di pecora riscaldato. La coagulazione avviene in circa 60-80 minuti, un tempo significativamente più lungo rispetto ai cagli animali, che contribuisce alla morbidezza della pasta.
| Fase | Descrizione Tecnica | Obiettivo Organolettico |
| Raccolta Cardo | Estate, piena fioritura (Cynara cardunculus) | Massima concentrazione enzimatica nel fiore. |
| Macerazione | 24 ore in acqua degli stami essiccati | Estrazione del principio coagulante vegetale. |
| Coagulazione | Lenta (60-80 min) su latte crudo | Creazione di una cagliata delicata e morbida. |
| Rottura | Doppia rottura a “noce” | Spurgo controllato del siero per mantenere umidità. |
| Stagionatura | 30-80 giorni su tavole di legno | Sviluppo della crosta lavata e del cuore cremoso. |
Profilo Sensoriale
Il risultato è un formaggio a “mattonella” (dato dalle fuscelle quadrate tradizionali) di circa 400 grammi. La crosta è grinzosa e giallognola, racchiudendo una pasta che, con la maturazione, tende alla cremificazione o proteolisi. Al palato, il Caciofiore offre un’esperienza unica: non aggredisce con la sapidità tipica dei pecorini romani, ma avvolge con note dolci, lievemente amare sul finale, e sentori vegetali netti di carciofo e erbe di campo.
Il Pecorino Romano DOP: Il Gigante dell’Export
Se il Caciofiore è la poesia bucolica, il Pecorino Romano DOP è la prosa economica e strutturale del Lazio. È uno dei formaggi italiani più antichi e diffusi al mondo, un pilastro dell’economia agroalimentare che lega il Lazio alla Sardegna (dove oggi avviene la maggior parte della produzione per ragioni storiche di transumanza e disponibilità di pascoli).
Dalla Razion K all’Alta Cucina
La storia del Pecorino Romano è indissolubilmente legata alla logistica dell’Impero Romano. Grazie alla sua capacità di conservazione a lungo termine, garantita da una salatura abbondante e da una pasta a basso contenuto idrico, era parte integrante della razione giornaliera dei legionari (circa 27 grammi al giorno). Questa “tecnologia alimentare” antica ha permesso al formaggio di viaggiare attraverso i secoli e gli oceani, diventando il formaggio italiano più esportato negli Stati Uniti. Oggi, il disciplinare DOP impone regole severe: latte fresco di pecora proveniente da allevamenti certificati, coagulazione con caglio di agnello in pasta (che conferisce il tipico pizzicore), e una stagionatura minima di 5 mesi per il prodotto da tavola e 8 per quello da grattugia.

La Variante di Nicchia: Il Pecorino del Lazio
Sebbene la DOP sia unica, esiste una distinzione qualitativa e organolettica tra il prodotto industriale di massa e quello prodotto artigianalmente nel Lazio, spesso denominato “Pecorino Romano del Lazio”. Quest’ultimo tende ad essere meno aggressivamente salato, con una pasta più grassa e aromatica, frutto di pascoli diversi e di una lavorazione che punta più alla tavola che alla grattugia industriale.
La Ricotta Romana DOP: La Dolcezza del Siero
Non si può concludere il capitolo romano senza menzionare la Ricotta Romana DOP. Tecnicamente non è un formaggio, ma un latticino ottenuto dalla ri-cottura del siero residuo della lavorazione del pecorino. La Ricotta Romana si distingue dalle altre per la materia prima: il siero di latte di pecora è naturalmente più ricco di grassi e proteine rispetto a quello vaccino, conferendo al prodotto finale una consistenza cremosa, vellutata e un sapore marcatamente dolce, quasi privo di acidità. È l’ingrediente principe della pasticceria locale (crostata di visciole e ricotta) e della cucina povera.
La Tuscia Viterbese – Misteri Etruschi e Grotte di Tufo
Spostandosi a nord di Roma, il paesaggio muta radicalmente. Le dolci colline sedimentarie lasciano il posto a un territorio aspro, modellato dall’attività vulcanica dei monti Cimini e Volsini. Questa è la Tuscia, terra degli Etruschi, dove il tufo non è solo materiale da costruzione, ma elemento essenziale della tecnologia casearia.
Il Culto della Stagionatura in Grotta
Nella Tuscia, la produzione di formaggio è inscindibile dal concetto di “affinamento”. La geologia locale offre un numero impressionante di cavità naturali o scavate dall’uomo nel tufo, utilizzate fin dall’antichità come frigoriferi naturali. Queste grotte mantengono condizioni microclimatiche costanti tutto l’anno: una temperatura intorno ai 10-12°C e un’umidità relativa elevata. Questo ambiente è perfetto per la maturazione dei formaggi a pasta dura. Il Pecorino Stagionato in Grotta non si limita a disidratarsi; “respira” l’ambiente. Le muffe nobili che si sviluppano sulla crosta, e che spesso vengono spazzolate via e poi si riformano, contribuiscono a degradare le proteine e i grassi, creando composti aromatici complessi. Il formaggio assume note di sottobosco, funghi e pietra bagnata, mentre la pasta perde la granulosità gessosa per diventare compatta e solubile.
Pecorini Storici e Leggendari
Il Pecorino della Tuscia
Il “Pecorino della Tuscia” è una denominazione che racchiude diverse tipologie, dal fresco (“primo sale”) allo stagionato. La produzione prevede l’uso di latte ovino (crudo o pastorizzato) e caglio. La versione Crosta Rossa è trattata con concentrato di pomodoro, una tecnica tradizionale che serviva a proteggere il formaggio dagli insetti e a evitarne l’eccessiva disidratazione, conferendo al contempo una leggera acidità alla crosta.
L’Antico di Defuk e le Suggestioni Storiche
Alcuni caseifici locali, come Alta Tuscia Formaggi, hanno creato linee di prodotti che omaggiano la storia locale, come il Pecorino Antico di Defuk. Il nome richiama la leggenda di Johannes Defuk, il vescovo tedesco che morì a Montefiascone per aver bevuto troppo vino Est! Est!! Est!!!. Questo formaggio, stagionato a lungo, mira a ricreare i sapori intensi che avrebbero accompagnato i banchetti medievali, spesso abbinato a mieli locali o composte di frutta per bilanciarne la potenza.
Itinerari nella Tuscia: Tra Laghi e Borghi
Un viaggio gastronomico nella Tuscia deve seguire le linee dell’acqua e della pietra.
- Bolsena e Gradoli: Sulle sponde del lago vulcanico più grande d’Europa, la produzione casearia incontra la viticoltura eroica. Qui è d’obbligo degustare i pecorini locali abbinati all’Aleatico di Gradoli DOC, un vino rosso dolce, aromatico e vellutato, che nasce su terreni vulcanici. La dolcezza del vino contrasta magnificamente la sapidità dei formaggi stagionati.
- Civita di Bagnoregio e la Valle dei Calanchi: In quest’area surreale, i pascoli si trovano spesso in zone marginali, ricche di erbe aromatiche che conferiscono al latte profumi unici. I formaggi qui prodotti (“L’Antico di Civita”) sono spesso a crosta naturale, stagionati in cantine scavate direttamente nello sperone tufaceo.
- Viterbo e il Mercato Bio: Per il turista che cerca il contatto diretto, il mercato “Tuscia in Bio” (ogni mercoledì e sabato a Viterbo) è una tappa fondamentale. Qui i piccoli produttori, spesso biologici e biodinamici, vendono formaggi a latte crudo che non entrano nella grande distribuzione, permettendo di assaggiare la vera biodiversità del territorio.
Alta Sabina – Il Regno della Transumanza
Lasciando la Tuscia e dirigendosi verso est, si incontrano gli Appennini. La provincia di Rieti, con i Monti della Laga e la Sabina, è un territorio verticale, austero e magnifico. Qui la pastorizia non è una scelta, ma un destino geografico.
Il Pecorino di Amatrice e la Memoria dei Tratturi
Amatrice è un nome che evoca immediatamente uno dei piatti più celebri della cucina globale, ma la sua identità casearia precede di secoli la scoperta del pomodoro. Il Pecorino di Amatrice (PAT) è il frutto di una storia secolare di transumanza. Fino agli anni ’50, i pastori amatriciani spostavano le greggi dai pascoli estivi dei Monti della Laga (oltre i 1000 metri) a quelli invernali della Campagna Romana (Agro Romano).
Caratteristiche e Produzione
Il Pecorino di Amatrice si distingue per essere un formaggio da “viaggio” e da conservazione.
- Materia Prima: Latte di pecora, lavorato crudo nei mesi estivi (aprile-giugno) quando gli animali sono al pascolo in quota, o termizzato nei mesi invernali.
- Tecnologia: Si usa caglio di agnello in pasta. La cagliata viene rotta finemente (a chicco di mais) e poi semicotta a circa 43-44°C. Questa semicottura spurga il siero e permette una stagionatura prolungata senza difetti.
- Affinamento: Le forme, cilindriche e pesanti (2-3 kg), stagionano da 6 a 12 mesi. Durante questo periodo, vengono lavate con acqua e aceto e massaggiate con olio d’oliva, acquisendo una crosta scura e lucida.
- Gusto: A differenza del Romano, il Pecorino di Amatrice è meno salato e più piccante, con una “pastosità” che lo rende ideale non solo per la grattugia ma anche per il consumo a scaglie. È l’unico formaggio ammesso per la vera Amatriciana, capace di fondersi con il guanciale senza sovrastarlo.
Il Pecorino dei Monti della Laga e il Cacio Magno
Nella stessa area geografica, ma con sfumature diverse, troviamo il Pecorino dei Monti della Laga, che spesso prevede l’uso di latte misto (ovino e caprino, fino al 30%). L’aggiunta di latte di capra conferisce al formaggio un profilo aromatico più selvatico e una pasta più bianca e friabile. Un’altra eccellenza locale è il Cacio Magno, un formaggio tipico della zona di Rieti e della Sabina. Si tratta di un pecorino a pasta semidura, spesso consumato più giovane rispetto ai formaggi da grattugia, apprezzato per la sua dolcezza e le note di erba fresca. Viene celebrato annualmente nella fiera di San Magno a Cittaducale, un evento che unisce la devozione religiosa alla passione gastronomica.
Itinerari della Transumanza: Camminare nella Storia
Il turismo in questa zona sta riscoprendo i “Tratturi”, le antiche autostrade verdi della transumanza. Il progetto “Cammino della Transumanza Laziale” offre itinerari percorribili a piedi o in bicicletta che seguono le orme dei pastori.
- Itinerario Consigliato: Partendo da Rieti, si risale la via Salaria verso Antrodoco e Amatrice. Lungo il percorso, è possibile visitare stazzi ancora attivi e caseifici storici (come il Caseificio Storico di Amatrice) che hanno ripreso la produzione post-terremoto, diventando simbolo di rinascita civile.
- Sabina DOP: Scendendo verso la Bassa Sabina, l’itinerario caseario si incrocia con quello dell’Olio Sabina DOP. Qui è d’obbligo assaggiare il pecorino fresco con un filo d’olio nuovo, un abbinamento semplice che esalta la qualità eccelsa delle materie prime.
Ciociaria e Valle di Comino – I Formaggi delle Valli Nascoste
A sud-est di Roma, la provincia di Frosinone custodisce un patrimonio di biodiversità casearia sorprendente. La Ciociaria e la Valle di Comino, incuneate tra i monti e il confine con l’Abruzzo e il Molise, sono terre di isolamento geografico che hanno preservato tecniche e razze autoctone.
Il Pecorino di Picinisco DOP: L’Eccellenza della Valle di Comino
Il Pecorino di Picinisco DOP rappresenta la punta di diamante della produzione ciociara. Questo formaggio è strettamente legato al suo terroir: la Valle di Comino, un anfiteatro naturale protetto dai venti freddi e ricco di pascoli polifiti.
Un Disciplinare Rigoroso
La DOP impone l’uso esclusivo di latte crudo intero di pecora (razze Comisana, Massese, Sopravvissana e relativi incroci) proveniente dalla zona delimitata. Non è ammessa la termizzazione, il che significa che tutta la flora batterica autoctona del pascolo passa direttamente nel formaggio, creando un legame inscindibile con il territorio.
- Tipologia Scamosciato: Stagionato 30-60 giorni. Pasta dolce, elastica, occhiatura leggera. Profuma di latte fresco e fiori di campo.
- Tipologia Stagionato: Oltre 90 giorni. La pasta diventa compatta, untuosa. Il sapore esplode in note piccanti, di frutta secca e fieno, con una persistenza lunghissima.
Esperienze Turistiche: Pastorizia in Festival
Picinisco si trasforma ogni estate (solitamente a luglio) nella capitale del formaggio con “Pastorizia in Festival”. Non è la solita sagra, ma un evento culturale con percorsi di degustazione tra i vicoli del borgo, musica folk e laboratori didattici. È l’occasione migliore per incontrare i produttori (come l’Agricola San Maurizio o Pacitti) e visitare i pascoli d’alta quota.
La Marzolina: Il Formaggio Effimero
La Marzolina (Presidio Slow Food e PAT) è un formaggio di capra piccolo, ma dalla grande personalità. Storicamente, era il primo formaggio dell’anno, prodotto a marzo (da cui il nome) quando le capre, dopo il parto, tornavano al pascolo nutrendosi delle prime erbe tenere.
- Caratteristiche: Forma cilindrica allungata o troncoconica, piccola pezzatura. Si produce con latte di capra (spesso Capra Grigia Ciociara o Bianca dei Monti Ausoni).
- Affinamento: Può essere consumata fresca (primo sale), ma la tradizione vuole che venga stagionata su graticci di legno e poi, per conservarla, messa sott’olio in damigiane di vetro, talvolta aromatizzata con peperoncino. La versione stagionata è gessosa, potente, con l’irruenza tipica del caprino.
- La Sagra di Esperia: Ad agosto, il borgo di Esperia celebra questo prodotto con una sagra storica (giunta alla 40ª edizione), dove si possono assaggiare le diverse stagionature e le varianti sott’olio.

Il Conciato di San Vittore: L’Estremo Caseario
Se cercate un’esperienza sensoriale “estrema”, il Conciato di San Vittore è la risposta. Prodotto nella zona di San Vittore del Lazio, al confine con la Campania, è un formaggio che nasce dalla necessità di conservazione in assenza di freddo.
- La Concia: Il formaggio di pecora, una volta formato, viene sottoposto a una concia con un mix segreto di ben 15 erbe aromatiche e spezie (timo, rosmarino, finocchio selvatico, anice, pepe, ginepro, ecc.). Questa crosta aromatica funge da barriera antisettica e antiossidante.
- Il Gusto: È un formaggio da meditazione. Le erbe penetrano nella pasta, creando un profilo aromatico balsamico, speziato, quasi anestetizzante per l’intensità. Non è un formaggio da pasto, ma da fine cena, magari accompagnato da un miele di castagno o da un vino passito strutturato.
Il Gran Cacio di Morolo
A Morolo, la tradizione della pasta filata raggiunge vette inaspettate. Il Gran Cacio di Morolo è un formaggio a pasta filata (come il caciocavallo o la provola) che però subisce lunghe stagionature (anche oltre i 12 mesi). Il risultato è sorprendente: la dolcezza del latte filato lascia il posto a una piccantezza complessa e a una struttura che si scaglia, simile a un parmigiano, ma con la texture fibrosa delle paste filate.
Agro Pontino e Valle dell’Amaseno – La Riscossa della Bufala
Scendendo dai monti verso il litorale, si entra in una terra giovane, geologicamente e storicamente. L’Agro Pontino, bonificato negli anni ’30, e la vicina Valle dell’Amaseno sono diventati il fulcro di una zootecnia moderna e di altissima qualità: l’allevamento della bufala mediterranea.

5.1 La Mozzarella di Bufala Campana DOP (Lazio)
È fondamentale chiarire un equivoco comune: la Mozzarella di Bufala Campana DOP non è esclusiva della Campania. Il disciplinare include le province di Latina, Frosinone e Roma. Anzi, la zona di Amaseno (FR) vanta una densità di bufale per abitante tra le più alte d’Italia (14.000 capi per 4.000 abitanti) e una tradizione che risale al Medioevo, quando i bufali erano usati per lavorare i terreni paludosi.
Lazio vs Campania: Sfumature di Gusto
Gli esperti e i produttori locali sottolineano spesso una differenza stilistica rispetto al prodotto casertano o pestano. La mozzarella dell’Agro Pontino e dell’Amaseno tende ad essere meno sapida (meno sale nella salamoia) e a privilegiare la dolcezza del latte e la nota di fermento fresco. La pasta è elastica, “nervosa” al morso, rilasciando il classico siero biancastro al taglio.
Oltre la Mozzarella: L’Innovazione Bufalina
La creatività dei casari laziali non si è fermata alla mozzarella. Oggi si producono:
- Caciocavallo di Bufala: Stagionato in grotta, acquisisce note burrose intense.
- Ricotta di Bufala: Più grassa e cremosa di quella ovina, è un dessert naturale.
- Formaggi erborinati di bufala: Blu di bufala, cremosi e potenti.
- Carne e Salumi: Bresaola di bufala, salsicce e carpacci sono ormai comuni nei ristoranti della zona (come ad Amaseno), offrendo un’alternativa magra e ricca di ferro alla carne bovina.
Itinerario: La Strada della Bufala
La Strada della Bufala non è solo un percorso metaforico. Lungo la Via Marittima e nelle campagne di Amaseno, Prossedi e Priverno, è possibile visitare aziende a ciclo chiuso (come Caseificio La Stella o Valle Amaseno) dove si assiste alla mungitura, alla filatura manuale della mozzarella e si degusta il prodotto ancora tiepido. Un’esperienza imprescindibile è l’abbinamento della mozzarella con il Prosciutto di Bassiano, un altro capolavoro locale stagionato sui monti Lepini.
Gastronomia e Abbinamenti
I formaggi del Lazio non vivono in un vuoto pneumatico; sono parte di un sistema gastronomico complesso. Ecco come gustarli al meglio, secondo la tradizione e i consigli degli esperti.
Matrice di Abbinamento Vino-Formaggio
Il Lazio vitivinicolo offre sponde perfette per i suoi formaggi.
| Formaggio | Profilo Gustativo | Abbinamento Vino Consigliato | Note di Degustazione |
| Mozzarella di Bufala | Dolce, grasso, lattico | Frascati Superiore DOCG | La mineralità vulcanica e la freschezza del Frascati “puliscono” la bocca dalla grassezza del latte di bufala. |
| Caciofiore | Vegetale, amaro, cremoso | Malvasia Puntinata (Lazio IGT) | Un bianco strutturato e aromatico accompagna le note di carciofo senza coprirle. |
| Pecorino Romano | Sapido, piccante, duro | Cesanese del Piglio DOCG | Serve un rosso morbido, fruttato e con buon corpo per bilanciare l’estrema sapidità e asciugare il palato. |
| Conciato di San Vittore | Speziato, balsamico, potente | Aleatico di Gradoli Passito | Un abbinamento per contrasto: la dolcezza e la morbidezza del passito domano l’aggressività delle erbe e del piccante. |
| Marzolina (Stagionata) | Caprino, gessoso, ircino | Trebbiano Verde (Viterbo) | Un bianco secco e acido che dialoga bene con la pungente tipicità caprina. |
Ricette Iconiche e Segreti di Cucina
- Cacio e Pepe: Il segreto non è solo il Pecorino Romano (meglio se DOP del Lazio, meno salato), ma l’uso dell’acqua di cottura ricca di amido per creare l’emulsione a freddo o a temperatura controllata (mai sopra i 60-65°C per non far stracciare il formaggio).
- Vignarola Romana: Un piatto stagionale di primavera con carciofi, fave, piselli e lattuga. Il tocco finale è una nevicata di Pecorino Romano giovane o di Caciofiore sciolto a fine cottura per legare le verdure.
- Fiori di Zucca Fritti: Nella versione laziale, oltre all’alice, il ripieno prevede la Mozzarella di Bufala o il fior di latte. Per una versione gourmet, si usa la Ricotta Romana lavorata con pepe e mentuccia.
Calendario del Viaggiatore – Sagre ed Eventi
Per pianificare il viaggio, ecco i momenti clou dell’anno caseario laziale, basati sulle tradizioni consolidate e i calendari recenti.
| Mese | Evento | Luogo | Cosa Aspettarsi |
| Maggio | Sagra del Pecorino Romano | Nepi (VT) | Degustazioni di Pecorino appena stagionato, abbinato al Salame Cotto locale e alle Fave. |
| Giugno | Sagra del Primo Sale | Vari borghi della Sabina | Celebrazione dei formaggi freschi di pecora prima della transumanza estiva. |
| Luglio | Pastorizia in Festival | Picinisco (FR) | Il festival più importante per il Pecorino di Picinisco DOP: musica, percorsi gastronomici, cultura pastorale. |
| Agosto | Sagra della Marzolina | Esperia (FR) | Intorno al 12 agosto. Degustazione di Marzoline fresche, stagionate e sott’olio. Musica popolare. |
| Settembre | Fiera dei Sapori | Frascati (RM) | Grande vetrina dei prodotti dei Castelli Romani e del Lazio, ideale per una panoramica completa. |
| Novembre | Sagra del Tartufo e Formaggio | Campoli Appennino (FR) | Abbinamento principe tra il tartufo bianco/nero pregiato e i formaggi locali. |
Il Lazio, visto attraverso la lente dei suoi formaggi, si rivela una regione inaspettata. Non è solo la terra dei Cesari o dei Papi, ma un mosaico di micro-mondi agricoli che hanno resistito all’omologazione. Dal sapore arcaico del Caciofiore, che ci riporta ai tempi di Columella, alla moderna eccellenza della Bufala pontina; dalla rusticità fiera del Pecorino di Amatrice alla complessità alchemica del Conciato di San Vittore.
Questo viaggio dimostra che il “turismo del formaggio” non è solo un atto di consumo, ma un modo per leggere il territorio. Ogni assaggio è una chiave d’accesso alla storia locale, alla geologia e alla cultura di comunità che, attraverso il latte, hanno scritto la loro identità. Al viaggiatore non resta che percorrere questi sentieri, sedersi a queste tavole e lasciarsi raccontare, un boccone alla volta, la storia millenaria del Lazio.









