Tra gli eventi più singolari e carichi di valenza antropologica del patrimonio folklorico laziale e della Tuscia, spicca la Festa della Barabbata che si celebra ogni 14 maggio a Marta, sulle rive meridionali del Lago di Bolsena.
La manifestazione, dedicata alla Madonna del Monte, rappresenta uno degli esempi più complessi e intatti di sincretismo culturale dell’Italia centrale: un solenne rito agrario di origini pagane innestato su una cornice di profonda devozione mariana. Il termine “Barabbata”, attribuito storicamente dai visitatori forestieri con una punta di disprezzo per il carattere rumoroso, tumultuoso e apparentemente caotico del corteo, è stato orgogliosamente assimilato dalla comunità locale, che identifica i propri partecipanti come i Barabbanti.
Le radici storiche: dai riti cereali alla Vergine del Monte
La festa affonda le proprie origini nei culti preromani e romani dedicati alla dea Maia (da cui il mese di maggio) o a Cerere, divinità delle messi e della fecondità dei campi. Nel calendario arcaico, la metà di maggio segnava il momento critico di transizione per le colture: le spighe di grano erano formate ma ancora vulnerabili alle intemperie, le viti germogliavano e la pesca nel lago riprendeva vigore dopo i rigori invernali. Era necessario offrire le primizie della terra e delle acque agli dèi per propiziare un raccolto abbondante.
Con l’avvento del Cristianesimo, il santuario pagano posto sul colle sopra il paese venne convertito nel Santuario della Madonna del Monte. La Chiesa non estirpò il rito agrario, ma ne dirottò l’impeto propiziatorio verso la Vergine Maria, venerata come protettrice dei lavoratori e signora dei frutti della terra e del lago.
La struttura del corteo: le corporazioni del lavoro
Il fulcro dell’evento è il corteo storico del mattino del 14 maggio, che si snoda dal centro del borgo lacustre fino al pianoro del santuario, affrontando una ripida salita. La sfilata non segue un ordine casuale, ma una rigorosa gerarchia fondata sulle quattro antiche categorie di mestieri tradizionali di Marta:
- I Casenghi: Rappresentano l’antica aristocrazia terriera e i fiduciari dei latifondi. Aprono il corteo a cavallo, montando splendidi destrieri bardati con finimenti tradizionali e rami di lentisco, faggio e fiori di campo. Il casengo sovrintendeva alla gestione dei poderi e manteneva l’ordine nei campi.
- I Bifolchi: Costituiscono il corpo più arcaico della festa contadina. Sono coloro che aravano la terra con i buoi. Sfilano indossando costumi tradizionali da lavoro e guidando coppie di imponenti buoi bianchi di razza maremmana dalle grandi corna a lira, legati a pesanti aratri storici in legno e ferro. Gli animali vengono adornati con ghirlande floreali intrecciate con rami di felce e ginestre.
- I Villani: Il gruppo più numeroso e scenografico, diviso tra lavoratori a piedi e a bordo di carri agricoli. I carri allegorici, trainati da trattori moderni o animali ma interamente ricoperti di frasche, riproducono dal vivo le fasi della semina, della mietitura, della battitura del grano e della vendemmia. I villani portano a spalla attrezzi da lavoro d’epoca (falci, setacci, tridenti) e cesti traboccanti di ortaggi novelli, ciambelle all’anice e primizie.
- I Pescatori: Poiché Marta è storicamente un villaggio di pescatori di lago, questa corporazione chiude il corteo con la propria identità anfibia. I pescatori sfilano con le tipiche reti da posta (i tramagli e i bertovelli), canne da pesca in bambù e cesti di giunchi contenenti il pescato d’acqua dolce (coregoni, anguille, lucci e persici), trasportando spesso una tipica barca da pesca a fondo piatto addobbata di fiori.
Il rito dei “Tre Giri” e la benedizione
La salita verso il Monte si svolge a ritmo serrato, scandita dal rullo dei tamburi, dai comandi secchi dei butteri e dei bifolchi per guidare i buoi, e dall’invocazione continua: “Sia lodato il Santissimo Sacramento ed Evviva Maria, sia lodata la Madre di Dio della Libera e Consolatrice Nostra!”.
Una volta giunti sul sagrato del Santuario, si compie il passaggio rituale più carico di tensione simbolica: le Passate (o i tre giri). Ciascuna corporazione, con cavalli, buoi, aratri, attrezzi e carri, deve transitare tre volte attraverso la navata della chiesa, entrando dalla porta maggiore ed uscendo da quella laterale, rendendo omaggio alla Madonna del Monte prima di tornare all’aperto.
All’interno dell’edificio sacro, l’odore dell’incenso si mescola all’odore selvatico delle bestie, del fieno, del legno intagliato e della terra fresca. I sacerdoti benedicono gli attrezzi, il lavoro e le famiglie dei campi, sancendo un patto di fedeltà e speranza tra la comunità e la terra che si rinnoverà nell’anno agricolo successivo. Nel pomeriggio, la festa si chiude con banchetti a base di pesce di lago marinato, frittelle e vino locale, confermando la Barabbata come una delle più potenti testimonianze di archeologia sociale vivente del Lazio.







