Tra gli eventi più insoliti e suggestivi dell’Appennino laziale, il Ballo della Pantasema rappresenta un rito popolare unico, sospeso tra esorcismo della paura, teatro contadino e festa comunitaria.
Nonostante si inserisca oggi all’interno di una cornice gastronomica e celebrativa, la Pantasima conserva intatta la struttura drammaturgica di un antichissimo rito agrario di passaggio e purificazione.
Che cos’è la Pantasema?
Il termine Pantasema deriva direttamente dal greco antico phantasma (apparizione, spettro, visione irreale). Nel folklore dell’Italia centrale, in particolare tra le valli del Cicolano, della Sabina e dell’Abruzzo montano, la pantasema non è una figura astratta, ma un gigantesco fantoccio cavo:
- La struttura: Viene costruita artigianalmente nei giorni precedenti la festa intrecciando canne di palude, vimini e sottili listelli di legno flessibile, formando un’intelaiatura a campana alta dai due ai tre metri.
- Le sembianze: La figura riproduce una donna dalle proporzioni grottesche e colossali, vestita con abiti sgargianti di stoffa o carta crespa, un grembiule da massaia e un copricapo rurale. Il volto, modellato in cartapesta, ha tratti volutamente caricaturali: occhi sgranati, gote rubizze, naso pronunciato e un sorriso a metà tra il beffardo e l’inquietante.
- L’allestimento pirotecnico: La caratteristica peculiare della pantasima di Leonessa è la sua complessa armatura di fuochi artificiali. Lungo le braccia, la testa, le spalle e la gonna del fantoccio vengono fissati girandole, fontane luminose, petardi e bengala collegati tra loro da una miccia rapida a lenta progressione.
La danza del fuoco: la coreografia della possessione
Il momento culminante si verifica a tarda sera, quando le luci della piazza vengono spente o attenuate.
Un giovane del paese, dotato di notevole forza fisica e resistenza al calore, si infila all’interno della cavità del fantoccio, sostenendone l’intero peso sulle spalle grazie a una solida imbracatura interna:
- L’ingresso in piazza: La pantasima fa il suo ingresso dondolando lentamente, muovendosi a passo di danza al ritmo incalzante scandito da tamburi, rullanti e organetti. Il ballo iniziale è goffo, circolare, quasi ipnotico.
- L’innesco dei fuochi: A un segnale convenuto, viene accesa la prima miccia. Si attivano inizialmente le girandole poste sulle spalle e sulle mani, che iniziano a ruotare emettendo sibili acuti e fasci di scintille dorate e argentee.
- La frenesia del ballo: Con l’aumentare delle deflagrazioni e dei getti di luce, il portatore accelera i movimenti, compiendo piroette veloci e giravolte improvvise in mezzo alla folla assiepata in cerchio. La pantasima sembra prendere vita propria: oscilla, si piega, scatta in avanti e lancia fiammate verso il cielo notturno.
- Il gran finale e l’esplosione: La sequenza pirica culmina con l’accensione del congegno posto sulla sommità della testa del fantoccio (spesso chiamato “il mortaretto” o “la bomba finale”). Con un boato secco che rimbomba contro i palazzi rinascimentali della piazza, la testa della figura esplode in una nube di fumo e scintille, segnando la morte simbolica dello spettro e la fine del ballo.
Il significato antropologico: il capro espiatorio e il ciclo agrario
Sotto il profilo etno-antropologico, il Ballo della Pantasima incarna la distruzione rituale del “male d’annata”.
Nella civiltà agro-pastorale dell’alta montagna reatina, l’estate rappresentava il momento cruciale della raccolta e dell’immagazzinamento delle scorte alimentari (i cereali, i legumi e più tardi la patata, risorsa primaria dell’altopiano leonessano). La pantasima è il capro espiatorio su cui la comunità proietta le ansie collettive: la siccità, le tempeste distruttive di mezza estate, le malattie del bestiame e le carestie.
Il fantoccio accoglie simbolicamente su di sé tutte le sventure e le negatività accumulate durante l’anno. Il fuoco purificatore, bruciando ed esplodendo la figura grottesca, compie la catarsi: distrugge lo spettro della fame e restituisce serenità e fiducia alla collettività per la stagione autunnale e invernale imminente. La trasformazione dell’angoscia in riso e spettacolo pirotecnico è la cifra distintiva di questo rito, che resiste nel tempo come espressione vitale dell’identità dell’Appennino laziale.
La Pantasema di Jenne: caratteristiche uniche
A differenza delle versioni diffuse in altri centri appenninici (dove spesso i fantocci sono più piccoli e mossi da un solo portatore a spalla), quella di Jenne presenta peculiarità straordinarie:
- Dimensioni monumentali: La struttura supera spesso i 6-7 metri d’altezza. È un colosso realizzato con un telaio d’acciaio e legno, rivestito con metri e metri di stoffa pregiata, raso, merletti e passamanerie cuciti a mano dalle donne del borgo. Ogni anno l’abito e l’acconciatura cambiano tema (da nobildonna ottocentesca a figura favolistica o diva d’altri tempi).
- Movimentazione a più persone: A causa del peso e dell’altezza, all’interno della gonna operano più persone coordinate tra loro, capaci di farla avanzare a ritmo di marcia e farla ondeggiare elegantemente a tempo di musica.
- Il ballo e l’addio all’estate: La sera del festeggiamento, la grande dama attraversa i vicoli fino a Piazza Vittorio Emanuele, dove balla circondata da una piazza gremita. La sua danza segna il commiato definitivo dalla bella stagione e il ritorno della comunità ai rigori autunnali e invernali della montagna.
- Lo spettacolo finale: Al termine del valzer e dei giri di danza, si attiva il congegno pirotecnico: fontane di fuoco e girandole si accendono lungo la figura fino alla deflagrazione conclusiva (la “bomba” finale in testa), accolta dal boato e dagli applausi della folla.








