Sopra la grotta dov’egli si isolò, a partire dal sec. XII, sorse il monastero del Sacro Speco. Nei secoli successivi è stato ampliato e arricchito di opere d’arte di grande valore.
Incassato nella roccia a strapiombo sulla valle sottostante, tale appare al visitatore che percorre il Bosco Sacro. Pareti, volte e scale, perfettamente integrate nella pietra cui si appoggiano, con la loro irregolarità, garantiscono un’autentica suggestione in chi si avvicina per visitarlo.
Composto da due Chiese sovrapposte e da Cappelle e grotte, interamente affrescate in epoche diverse, costituisce un monumento unico, per bellezza e spiritualità, tra quanti la storia della Chiesa e dell’Arte hanno abbondantemente dotato il nostro Paese.
La prima chiesa in muratura, che racchiudeva due grotte del Taleo – nelle quali Benedetto restò per tre anni – fu edificata solo nel sec. XI per volere dell’abate Umberto. La vita monastica in forma organizzata vi iniziò nel 1200 circa. La cappella di San Gregorio fu costruita in seguito e consacrata probabilmente nel 1224, alla presenza di Francesco d’Assisi che in quel tempo si trovava a Subiaco. Il monastero com’è attualmente visibile fu costruito nella seconda metà del sec. XIII dagli abati Enrico e Bartolomeo.
La metamorfosi dalla grotta al “nido d’aquila”
La storia del Sacro Speco ha inizio intorno all’anno 500 d.C. Benedetto da Norcia trovò rifugio in una fessura naturale della montagna, all’epoca completamente inaccessibile. A sostenerlo nel suo isolamento fu un pio monaco di nome Romano, appartenente al vicino cenobio di San Biagio: per non tradire il rifugio del giovane eremita, Romano gli calava una cesta con un pezzo di pane attraverso una corda a cui era legato un campanellino.
Nel corso dei secoli successivi, la caverna divenne meta ininterrotta di pellegrinaggi. A partire dall’XI e XII secolo, i monaci benedettini decisero di monumentalizzare il sito, sfidando le leggi della statica. Tra il Duecento e il Trecento venne eretto l’attuale complesso a più livelli, sostenuto da nove ardite arcate ogivali che fungono da colossali contrafforti aggrappati alla falesia.
Il risultato è un labirinto verticale articolato su due chiese sovrapposte (la Chiesa Superiore e la Chiesa Inferiore), cappelle rupestri scavate a colpi di scalpello, cortili terrazzati e scalinate irregolari levigate dal passaggio secolare dei pellegrini.
Un tesoro pittorico: dal ritratto vivente di San Francesco al “Trionfo della Morte”
Varcata la soglia, l’impatto visivo è sorprendente: quasi ogni centimetro quadrato delle pareti e delle volte in roccia è ricoperto da cicli pittorici affrescati tra il XIII e il XV secolo, appartenenti alla scuola senese, umbro-marchigiana e romana.
Tra le decine di opere d’arte, tre elementi spiccano per valore storico e singolarità iconografica:
- Il ritratto di San Francesco d’Assisi (1223–1224): Nella suggestiva Cappella di San Gregorio si trova quella che la critica storico-artistica riconosce unanimemente come la più antica e fedele testimonianza visiva del Poverello d’Assisi. Il dipinto fu eseguito prima della sua canonizzazione (1228) e, con ogni probabilità, quando Francesco era ancora in vita durante il suo soggiorno sublacense. Il santo è raffigurato senza aureola e senza le stimmate visibili, con il saio cinto da una corda grezza e recante un cartiglio latino: “Pax huic domui”.
- Il Sacro Speco e la statua del Bernini: Scendendo nella grotta originaria della preghiera, tra le rocce scure e umide, si ammira la raffinata statua in marmo bianco di San Benedetto contemplante la croce, realizzata da Antonio Raggi (1657) sotto la diretta supervisione del suo maestro, Gian Lorenzo Bernini.
- Il Trionfo della Morte e l’Incontro dei tre vivi e dei tre morti: Lungo la Scala Santa, un vigoroso affresco trecentesco di scuola toscana mette in scena il tema medievale del memento mori: tre cavalieri a caccia a cavallo si imbattono improvvisamente in tre bare scoperte con cadaveri a diversi stadi di decomposizione, ammoniti da un monaco eremita sulla vanità terrena.


Curiosità poco note
- Il roseto di San Benedetto e le rose senza spine: Accanto al convento si trova un piccolo giardino terrazzato. La tradizione agiografica tramandata da papa Gregorio Magno nei suoi Dialoghi racconta che Benedetto, per resistere a una violenta tentazione carnale, si gettò nudo tra rovi e ortiche pungenti. Nel 1223, San Francesco d’Assisi visitò il luogo e benedisse quel roveto: da quel momento, i rovi si trasformarono in un rigoglioso roseto perenne le cui varietà fioriscono senza produrre spine.
- I corvi del Monte Taleo: Nel cortile dei Corvi si rinnova il ricordo di un altro celebre aneddoto: il corvo addomesticato dal santo che, su suo ordine, portò via e nascose una pagnotta avvelenata inviata dal sacerdote Fiorenzo, accecato dall’invidia per la popolarità di Benedetto. Ancora oggi, nel chiostro, i monaci custodiscono alcuni esemplari di corvo nero a memoria dell’evento.
Il Monastero di San Benedetto
Si giunge al Sacro Speco attraverso una scalinata circondata da un boschetto di lecci. Sulla porticina gotica che introduce al loggiato si trova una croce a mosaico del XIII secolo; in fondo si raggiunge una porta con affreschi del XV secolo di scuola umbra e si accede alla Sala del Capitolo Vecchio, ricca di dipinti della scuola del Perugino, risalenti alla prima metà del XVI secolo.
Si accede dunque alla Chiesa superiore (23×5,45 metri). La prima parte – con affreschi della scuola senese – è un rifacimento di una costruzione del sec. XIII operata il secolo successivo: è possibile vederne ancora le tracce. Gli affreschi riproducono scene della vita di Gesù: l’Entrata Trionfale di Gesù a Gerusalemme la domenica delle palme; il Viaggio di Gesù al Calvario; la Crocifissione. La seconda parte della chiesa custodisce affreschi della scuola umbro-marchigiana del sec. XV. Sono scene della Vita di San Benedetto, tra cui il Santo che sanguina tra le spine; l’Attentato dei monaci di Vicovaro; la Guarigione del monaco accidioso.
Anche le pitture del Transetto appartengono alla scuola umbro-marchigiana e tra queste si notano l’Ultimo colloquio di San Benedetto con Santa Scolastica prima della morte della Santa e la Visione di San Benedetto che vede volare in cielo l’anima della sorella Scolastica sotto forma di colomba.
Scendendo i gradini davanti all’altare maggiore si raggiunge la Chiesa inferiore, a due piani. Le pareti sono ricoperte di pitture della scuola popolare romana, in gran parte opera del Magister Conxolus, artista del secolo XIII. Sulla parete sinistra sono rappresentati il Prodigio in Affile del Santo; l’Incontro con San Romano e il Ritiro nella grotta. Più in basso, il Miracolo del Goto e, sulla porta del Coro, il Miracolo di San Placido.
Dalla Chiesa inferiore si accede al Sacro Speco (o Santa Grotta) dove S. Benedetto trascorse tre anni di vita eremitica. Il paliotto dell’altare (secolo XIII) è opera dei Cosmati e il mosaico dell’abside della scuola vaticana. Sullo sfondo si può ammirare la statua di San Benedetto nella grotta, scolpita nel 1637 da Antonio Raggi. Tutto intorno, la roccia nuda richiama alla riflessione e alla preghiera.
Una scala a chiocciola conduce alla cappella di San Gregorio. Nell’atrio si trova un affresco del Conxolus che rappresenta Santa Chelidonia, eremita benedettina vissuta nella grotta di Morra Ferogna nel XII secolo. Interessante è, inoltre, l’affresco di San Francesco d’Assisi, rappresentato senza aureola né stimmate, e dunque dipinto prima del 1224 (anno in cui ebbe le stimmate), quando il Santo era ancora in vita.
Dalla cappella di San Gregorio si scende lungo la Scala Santa, entrando alla cappella della Madonna. In questa cappella si conservano le ossa del Beato Lorenzo Loricato, morto nel 1243 e trasportato nel Sacro Speco nel 1724.
Dalla cappella della Madonna si scende ancora verso la Grotta dei Pastori, dove S. Benedetto impartiva lezioni di dottrina cristiana ai pastori dei dintorni. Sulla roccia viva si può notare un frammento di pittura bizantina dell’VIII secolo, raffigurante la Madonna col Bambino e due santi ai lati.
Uscendo all’aperto, infine, si accede a quello che, fino al 1870, era il piccolo cimitero dei monaci dello Speco. Adiacente a esso è il Roseto di San Benedetto, il roveto fra le cui spine San Benedetto si gettò per vincere la tentazione, e dove poi San Francesco, durante la sua visita al Sacro Speco nel 1224, innestò delle rose. L’episodio di cui è protagonista San Francesco è raffigurato su una parete da un affresco del XVII secolo, opera del Manenti.
Dal Roseto è possibile ammirare il complesso architettonico del santuario e le varie strutture che lo caratterizzano.


VISITE:
Ingresso Libero!
Aperti tutto l’anno dalle 9 alle 12.30 e dalle 15 (15.30 estivo) alle 18.30 (19.30 estivo);
L’Archivio e la Biblioteca sono aperti al pubblico per scopo di studio e nei giorni feriali, nelle ore 9-18; sabato 9-12.30
INFORMAZIONI E CONTATTI:
Monastero del Sacro Speco di San Benedetto
Loc. Sacro Speco – Subiaco (RM)
Tel. 0774.85039
benedettini.subiaco@tiscalinet.it – www.benedettini-subiaco.org
Consigli per l’itinerario
Per una gita di una giornata intera, combinate la visita del Sacro Speco con il sottostante Monastero di Santa Scolastica (a soli 2 km di distanza), l’unico dei dodici monasteri fondati da San Benedetto nella valle sopravvissuto alle invasioni saracene, celebre per i suoi tre splendidi chiostri (rinascimentale, gotico e cosmatesco) e per aver ospitato nel 1465 la prima tipografia d’Italia impiantata dai tipografi tedeschi Pannartz e Schweinheim. A fondovalle, lungo la strada d’accesso, è imperdibile una sosta ai ruderi della grandiosa Villa di Nerone e al pittoresco laghetto artificiale di San Benedetto, noto per le sue acque turchesi.
Fonti e veridicità storica
- Gregorio Magno, Dialogorum Libri IV (Libro II: Vita et miracula Sancti Benedicti), VI secolo d.C.
- Ministero della Cultura (MiC) – Direzione regionale Musei Lazio: censimento beni architettonici e santuari di Subiaco.
- Monastero di Santa Scolastica e Sacro Speco, Archivio Storico e Biblioteca dei Monumenti Nazionali di Subiaco.
- Touring Club Italiano, Guida d’Italia: Lazio (non compresa Roma), collana Guide Rosse.




